Periodico di vita e cultura locale a cura dell'associazione PAROLE & MUSICA onlus.

sabato 14 maggio 2016

Salone del libro, una leinicese allo stand De Agostini

Michela Albertazzi
La copertina del libro
Scrivere un libro non è facile. Bisogna, prima di tutto, conoscere bene l’italico idioma, in modo da poter rendere in modo comprensibile la storia che si vuole raccontare. Poi bisogna riuscire a catturare l’emozione che ha fatto nascere quella storia, capire come tradurla in caratteri pigiati sulla tastiera di un pc, e trovare il modo di descriverla sulle pagine del libro, perché quella stessa emozione possa essere trasmessa ai lettori. Bisogna fare queste e qualche centinaia di altre cose (che so, raccontare quella storia in un congruo numero di pagine, essere certi che tutto fili, provare a mantenere una certa tensione su tutte le pagine, eliminare le cose inutili e ininfluenti cercando, però, non non eliminare anche quelle utili, e via andare). Insomma, un lavoraccio.E c’è solo una cosa più difficile di scrivere un libro. Tradurre un libro che qualcuno ha già scritto ma in un’altra lingua. Prima di tutto perché, per rendere comprensibile ai più la storia raccontata, di lingue bisogna conoscerne (e bene) almeno due. Poi perché, danzando tra le parole, bisogna riuscire a rendere l’emozione provata da un’altra persona. Catturarla e farla propria, in modo da poterla rendere ai lettori. E poi essere sicuri che tutto fili, che la tensione che qualcuno ha disseminato su tutte le pagine resti invariata, e qualche centinaio di altre cose. Un doppio lavoraccio, insomma.
Un doppio lavoraccio che la leinicese Michela Albertazzi ha, però, svolto egregiamente. Al punto che la sua opera (“Dimmi tre segreti” di Julie Buxbaum) fa, in questi giorni, bella mostra di sé al Salone del libro di Torino, presso lo stand della De Agostini Young Adult. «Ve li dico io  tre segreti - ha sottolineato la Albertazzi presentando il suo lavoro sul suo blog https://lapennablu.wordpress.com/ - Primo: questo romanzo l’ho tradotto io. Secondo: mi svegliavo al mattino con l’elettricità addosso, non vedendo l’ora di sedermi al computer e attaccare quel capitolo, quel passaggio, quel frammento di dialogo. Dimenticavo di guardare l’orologio, dimenticavo di preparare da mangiare, dimenticavo di accendere i termosifoni (era dicembre). Esistevamo solo io e Jessie (la protagonista del libro) la mia voce italiana da prestare alla sua voce americana («Sei così europea - mi dicevano in America - si vede da come attraversi la strada»). Ho fatto tanti lavori diversi, alcuni mi sono anche piaciuti da morire, e alcuni mi hanno dato soddisfazioni enormi, mi hanno fatto guadagnare tanta esperienza, pochi soldi, a volte qualche complimento. Ma la sensazione di quando traduco, quell’impazienza di mettermi al lavoro, di buttarmi nella voce di qualcun altro, non l’ho mai trovata da nessun’altra parte. E poi leggetelo: è un bel romanzo. Non perché dentro c’è un pezzo di me. Tutti gli altri motivi li spiegherò poi».