Periodico di vita e cultura locale a cura dell'associazione PAROLE & MUSICA onlus.

venerdì 3 giugno 2016

Leinì, l'addio ad Antonio Depaoli, sopravvissuto alla deportazione nazista

Antonio Depaoli
Si è spento venerdì mattina, all'età di 95 anni, Antonio Depaoli. Un uomo che aveva conosciuto sulla propria pelle il dramma della deportazione nazista nei campi di sterminio, ma che a quella barbarie era sopravvissuto trovando anche la forza e il coraggio di tramandare quanto aveva vissuto.
Qualche anno fa, in occasione della commemorazione del giorno della Memoria, aveva incontrato in auditorium i ragazzi delle scuole medie, raccontando loro la sua storia e l'orrore che aveva vissuto, dalla deportazione fino al ritorno a casa. Quanto segue è la sintesi di quel memorabile incontro: «Dopo aver trascorso due mesi di Car ad Arezzo e cinque a Forlì, presso le officine di riparazione camion e carri armati leggeri, fui trasferito a Portorose, alla Scuola sottufficiali d’aviazione idrovolanti. Qui passai altri 14 mesi. In seguito fui trasferito a circa 20 chilometri da Tolone (in Francia) dove, in principio, non mi trovai bene. Passando i mesi le cose andarono meglio anche grazie al lento ma progressivo miglioramento della conoscenza della lingua locale. Speravo, poi, nel rimpatrio, desideroso di rivedere la mia famiglia e magari di poter poi usufruire, per la nuova destinazione, di un avvicinamento a casa. Il mio sogno era un po’ quello di tutti i miei commilitoni, soprattutto quando si è costretti, a vent’anni, a 27 mesi di servizio militare con soltanto 12 giorni di licenza. Purtroppo, però, la cosa non andò così come speravo. Prima del mio rientro a casa arrivò l’armistizio. Già dal mattino dell’8 settembre 1943 arrivarono notizie confuse e poco confortanti sul nostro futuro. Finita la cena arrivò l’ordine che qualsiasi licenza era sospesa. Dopo un’ora, con fare insolito, giunse un camerata che ci disse di andare, in silenzio, al corpo di guardia in modo da non insospettire i tedeschi, una quarantina in tutto, alloggiati nella palazzina accanto all’armeria. Giunti a destinazione, i graduati ci consegnarono i mitragliatori e ci assegnarono delle postazioni dove appostarci. A me e ad un caporale ci venne affidata la difesa di un edificio. Ero spaventato, ma il mio compagno d’arma m’incoraggiò.
Prima di mezzanotte giunse il contrordine. I mitragliatori furono riposti al posto di guardia. La situazione non era ben chiara. Rientrammo tutti in caserma e ci mettemmo a dormire. D’improvviso sentii un colpo. Mi alzai a vedere cosa fosse successo e scorsi un militare correre giù per le scale. D’istinto mi voltai e vidi la camerata completamente vuota. Raccolsi le mie cose e mi precipitai anch’io giù dalle scale. Smarrito mi diressi verso la palazzina che ospitava gli ufficiali, dove la luce era ancora accesa. Prima di entrare alcuni graduati appoggiati ad un’auto mi gridarono di scappare per evitare d’essere arrestato dai tedeschi. Chiesi dove potessi andare. Mi risposero di seguire la strada finché non avessi raggiunto tutti gli altri, già in fuga. Arrivai ad una collina dove c’erano dei camion pronti a partire già colmi di soldati italiani. Appena salito su uno di questi mezzi, arrivarono un ufficiale e tre soldati che mi convinsero a scendere e a seguirli per partire la mattina seguente con altri camion. Con me diverse altre decine di militari aspettarono il giorno seguente. Sulla strada di accesso alla collina ci accorgemmo che c’erano dei movimenti strani. Tutt’intorno avevamo mitragliatrici puntate su di noi mentre otto aerei Stucas ci passavano sulle teste armati di tutto punto. Da lì a poco arrivarono due carri armati. Al comando di uno di questi c’era il nostro colonnello il quale ci chiese se volevamo proseguire la guerra al fianco dei tedeschi. Nessuno rispose. Nel più totale silenzio ordinò il nostro arresto. Saliti su dei camion fummo riportati all’aeroporto. La mattina successiva, all’adunata, il colonnello ci chiese di nuovo se volevamo proseguire a combattere con i nazisti. Questa volta alla proposta aderirono quattro altoatesini. Tutti gli altri erano destinati a finire nella Foresta nera. Rimanemmo all’aeroporto una quindicina di giorni. Qualcuno tentò e riuscì a fuggire. Ad altri andò male. Chi rimase fu caricato su un vagone bestiame e trasferito ad Orange. Qui svolgevamo lavori di sbancamento. Ogni tanto qualcuno scappava o, pensando di andare a stare meglio, si arruolava con i tedeschi. Ad un mio amico, che fece questa scelta e che raccontava del benessere in cui si trovavano coloro che si erano arruolati con i nazisti, dissi: «Visto che puoi venire sovente a trovarci, se avanzi del pane, portacene». «Ah no – rispose – piuttosto glielo dò ai cani». Purtroppo eravamo troppo giovani ed era facile sbagliare, anche senza essere troppo cattivi. Il 29 febbraio del 1944 ci portarono in Germania. Chiedemmo spiegazioni al sergente che ci impartiva gli ordini. Questi ci rispose che nella loro patria c’era bisogno di manodopera pronta a lavorare in fabbrica. Parole che non ci rassicurarono molto. Quella mattina ci caricarono su un aereo adatto al trasporto dei carri armati leggeri. Raggiungemmo, quindi, Monaco di Baviera. L’atterraggio, però, non fu dei più fortunati. Il pilota scese su una pista mimetizzata, con 20 centimetri di neve, ma sbagliò l’atterraggio toccando terra quasi a metà pista. Però, invece di finire contro l’hangar, il velivolo andò fuori pista e ruppe un carrello interrompendo la corsa girando su se stesso. Noi finimmo uno sopra l’altro, senza, per fortuna, subire gravi conseguenze. A Monaco, però, avremmo dovuto compiere soltanto una fermata tecnica ed invece ci rimanemmo per ben due giorni. Partimmo, quindi, da un altro aeroporto a bordo di un bimotore da trasporto, senza carlinga e con un cassone cingolato e la doppia coda. Dopo una sola ora di volo, un motore andò in avaria. Arrivati a Magdeburgo il velivolo tentò un atterraggio di emergenza. Non riuscendo a raggiungere la pista, scese su un campo di terra battuta. Il mezzo si abbassò di colpo e dopo aver toccato terra, scivolò strisciando. Anche questo aereo perse i carrelli ma si appoggiò sui cingolati. Sembra quasi impossibile riuscire a sfasciare due aeroplani in due giorni, con lo stesso carico e senza un graffio ad alcuno. Da Magdeburgo, però, dovevamo raggiungere Rechin. Finalmente arrivò un aereo italiano: l’S82. Nessuno di noi, però, voleva più montarci sopra. Le guardie naziste, però, usarono le maniere forti e ci costrinsero ad imbarcarci, e questa volta arrivammo a destinazione senza grandi intoppi. Appena giunti all’aeroporto, ad aspettarci c’era un camion pronto a portarci nel lager. Là trovammo una baracca con della paglia per terra ed un secchio di legno come water. Il giorno seguente ci accompagnarono in fabbrica per vedere quale lavoro avremmo potuto svolgere. Ogni mattina le guardie armate ci portavano al nostro posto e ci sorvegliavano. Alla sera, finito il nostro compito, tornavamo al lager. I borghesi dell’officina nella quale lavoravo non mi trattarono male. Solo qualche fanatico ci chiamava Badoglio e pretendeva che gli facessimo da garzoni. Nel lager, invece, era tutta un’altra cosa. Per noi un pasto era poco e per fortuna che almeno ci davano la cena. Una sera, rientrando, ci fecero aspettare, per punizione, fuori al freddo gelido, con la gavetta piena d’acqua in mano. Un nostro amico si era fatto sorprendere a cercare, nei bidoni dell’immondizia, scarti di cucina. Lui lo mandarono in baracca a riposare mentre noi rimanemmo lì al freddo, in piedi, per almeno 20 minuti. Secondo i nazisti avremmo dovuto picchiarlo ed insegnargli che gli italiani sono un popolo civile, e che non sarebbe dovuto andare a cercare da mangiare nell’immondizia. Un mese dopo un nostro compagno di lavoro morì per un’infezione intestinale. I nazisti lo prendevano a calci e lo sbeffeggiavano dandogli del maiale perché si era sporcato a causa della dissenteria. Tra noi era fortunato chi non si ammalava. Ad un certo punto ci arrivò la notizia che se non riuscivano a liberare Mussolini sul Gran Sasso, tutti gli italiani avrebbero fatto la fine degli ebrei. Per la pulizia personale utilizzavamo dell’alcool misto ad acqua. Ci sfregavamo tutto il corpo per difenderci dai pidocchi e dagli altri parassiti. L’alcool lo recuperavamo con una certa difficoltà dagli amici che lavoravano nelle sale prova dei motori. Gli stracci che utilizzavano per spargercelo addosso erano quelli che usavamo per pulire le macchine. Gli ultimi giorni furono i più terribili. I mitragliamenti erano continui. Io ed un russo, tra i più giovani dei prigionieri, eravamo costretti a sistemare le macchine utensili che dovevano essere spostate dalle fabbriche, ormai costantemente attaccate dagli americani. Più di una volta scappavamo, con i tedeschi stessi, a nasconderci tra gli alberi del vicino bosco per evitare di essere crivellati dai colpi delle mitragliatrici dei caccia inglesi ed americani. Un mattino degli ultimi giorni di aprile del 1945, i russi avanzarono a forte velocità nei pressi della città. Sentivamo i colpi di cannone arrivare da tutte le parti. Nel frattempo i tedeschi facevano esplodere i capannoni delle aziende. In quel caos generale, scappammo tutti dal lager. Ci dividemmo in diversi gruppi da tre o quattro persone ciascuno, per evitare di dare troppo nell’occhio vista la presenza di tanti nemici in assetto di guerra che si ritiravano verso il nord del paese. Camminammo per due giorni, tenendo gli occhi ben aperti. Mangiavamo ciò che trovavamo, soprattutto patate. Le si potevano raccogliere nei magazzini abbandonati o sottoterra, nei campi. Ognuno si serviva perché non c’erano più padroni. Nei pressi di Sverin, incrociammo un militare tedesco che in francese ci disse che la guerra era finita. Incominciammo a farci coraggio e a sperare. Un giorno, mentre stavamo per iniziare a mangiare quel po’ che avevamo racimolato, sentii una voce amica. Era quella di Alberto Goy, fratello di Domenico Goy, anch’esso internato, entrambi purtroppo mancati a soli cinquant’anni. Gli americani ci accolsero con facce sorridenti e non più con gli sguardi prepotenti dei tedeschi: a quel punto eravamo quasi sicuri di farcela. A soli 25 anni, a guerra finita, bisognava essere ottimisti. Ma c’era ancora qualcosa che non ci lasciava allegri. Nei nostri pensieri c’era la famiglia che non vedevamo da più di un anno. Il 1° agosto 1945 partimmo per l’Italia. Dopo quattro giorni di viaggio ci fermammo per la disinfezione. Raggiungemmo il Brennero di notte e malgrado il temporale tutte le mille e cinquecento persone che erano sul treno iniziarono a gridare «Italia Italia» e a cantare l’inno nazionale di Mameli. Dopo tante cose brutte, finalmente c’era da costruire il futuro: Leinì, il paese tanto sognato, i genitori ed i fratelli, tutti sani e salvi, e pronti a riprendere, insieme, a vivere liberi e senza guerra». Il funerale sarà celebrato lunedì 6, alle 10.30, in parrocchia.