Periodico di vita e cultura locale a cura dell'associazione PAROLE & MUSICA onlus.

domenica 6 gennaio 2019

Due mostre a Torino per non dimenticare le Leggi razziali del 1938


Settant’anni fa L’Italia conobbe una delle sue pagine più buie e vergognose: la promulgazione delle Leggi razziali. Il fascismo di Mussolini si era sempre più pericolosamente avvicinato alle allucinanti teorie segregazioniste e razziali sostenuto dal nazismo di Adolf Hitler, ed il risultato fu la nascita di un insieme di leggi che di fatto discriminava una parte della popolazione italiana: gli ebrei. Presenti nel nostro paese fin dai tempi dell’impero romano, le comunità ebraiche hanno subito le ingiustizie, i soprusi e le angherie da parte di sovrani e Papi, non dimentichiamoci che l’origine del primo “Ghetto” sia nella struttura, che nell’etimologia ha una esclusiva paternità italiana. Fu dunque un cammino incerto e denso di insidie quello che vissero molti ebrei, salvo alcune eccezioni come la comunità di Livorno. La Rivoluzione francese prima, con i suoi ideali illuministi, ma soprattutto Napoleone in seguito, concederà per un breve periodo la libertà gli ebrei con la soppressione degli odiati ghetti. La Restaurazione cercherà, in qualche modo, di riportare in dietro le lancette del tempo. Inutilmente. Sarà proprio un sovrano sabaudo, re Carlo Alberto, che nel 1848, concederà agli Ebrei piemontesi la totale libertà, l’emancipazione, accanto alla chiusura dei ghetti. Ma sarà anche un altro Savoia, Vittorio Emanuele III, con la sua firma a legittimare la discriminazione di quegli stessi Ebrei, che un suo avo aveva emancipato. In mezzo ci sono decenni di storia nazionale in cui gli Ebrei sono protagonisti indiscussi della vita politica, sociale, culturale e militare del nostro Paese. Ebrei parteciperanno massicciamente al primo conflitto mondiale, in politica saranno abili amministratori, contribuiranno a sviluppare il progresso delle scienze, imprenditori di successo, militari fedeli alla casa sabauda. Insomma pienamente integrati nella vita del nostro Paese, in tutte le sue ramificazioni. Ma questo non bastò evidentemente. Il fascismo doveva a tutti i costi creare le condizioni del pericolo ebraico. Così in un Paese che in cui l’antisemitismo era stato pressoché assente o marginale, da un giorno all’altro diventò l’unico problema da affrontare e risolvere. Un intenso dibattito culturale e scientifico, cercherà di “sostenere” l’antisemitismo. Dandogli una patente di autenticità. Dalle scuole, dalle università, vennero cacciati studenti ed insegnanti ebrei. Torino non fu da meno. L’università di allora, fu ad esempio, giustificatrice ed esecutrice delle Leggi razziali, il suo mondo accademico, coopererò assiduamente nel definire il quadro pseudo-scientifico che fu alla base delle Leggi discriminatorie. Pagine buie. Pagine troppo in fretta dimenticate. Ed è proprio l’Università di Torino, attraverso una mostra intitolata “Scienza e vergogna. L’Università di Torino e le Leggi razziali”, ospitata presso il Palazzo del Rettorato in via Po 17,  e visitabile fino al 28 febbraio, racconta il ruolo dell’Università e dei suoi docenti, di fronte alle politiche razziste del Regime, tra il 1938 ed i primi anni della ricostruzione post bellica. Un viaggio che parte dai testi scientifici dedicati alla questione razziale, risalenti al 1700, ricordando il dibattito di quell’epoca, maturato in un contesto ben diverso da quello delle dittatura fascista, fino alle biografie degli espulsi, studenti e docenti ebrei, un nome fra tutti: Rita Levi Montalcini. Un'altra mostra, “Le case e le cose. Le Leggi razziali del 1938 e la proprietà privata” ospitata in piazza Bernini  5, presso la Fondazione 1563 “Per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo”, in collaborazione con il Museo Diffuso della Resistenza, ed aperta fino al 31 gennaio, racconta una prospettiva ancora poco conosciuta del più vasto e drammatico fenomeno delle Leggi razziali: la requisizione di beni mobili ed immobili, di proprietà fondiarie, precedentemente appartenuti agli Ebrei, e che in seguito a queste Leggi, furono sottratti agli Ebrei. Un percorso fatto di carte, di archivi, di numeri, di vicende che permettono però di ricostruire le storie di molte famiglie ebraiche torinesi. Fu infatti la Legge del febbraio del 1939, che istituì l’Ente Gestione e Liquidazione Immobiliare (l’Egeli), con il compito fra l’altro di acquisire, gestire e vendere i beni immobili “eccedenti” sottratti agli ebrei. Il ricavato doveva essere versato nelle casse del Tesoro. L’Egeli, che avrebbe gestito durante la guerra anche i beni dei “sudditi nemici”, nacque dunque in tempo di pace, e con lo scopo preciso di colpire gli ebrei e le loro proprietà. L’Egeli in Piemonte e la Liguria scelse di stipulare la convenzione con la Compagnia di San Paolo. Tra i documenti conservati si legge quella di un perito incaricato di stilare i beni mobili ed immobili dei nonni materni di Primo Levi, o la dettagliata iscrizione dei beni presenti nella casa torinese di Natalia Levi Ginzburg, la futura scrittrice di “Lessico famigliare”. Molti dei legittimi proprietari non faranno più ritorno dall’inferno della Shoah, altri, i sopravvissuti, dovranno condurre delle lunghe battaglie legali per tornare in possesso dei loro legittimi beni. Pagine buie. Pagine dimenticate. All’ingresso di alcuni di quegli immobili sequestrati e gestiti dall’Egeli, campeggia oggi una luccicante pietra d’inciampo, che ricorda chi non è più tornato dai campi di sterminio.
Davide Aimonetto