Dom, 5 Lug, 2026

Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II: pregi, difetti e curiosità dei protagonisti del Risorgimento

Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II: pregi, difetti e curiosità dei protagonisti del Risorgimento

 

Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, vale a dire quattro personaggi che, se si fossero incontrati una sola volta assieme a un tavolino della caffetteria torinese del "Cambio" a sorseggiare chi un "bicerin" chi un "ratafià d'Andorno", sarebbe finita sicuramente in rissa tanto era l'odio personale che li divideva.

Giuseppe Mazzini: il rivoluzionario che divideva l'Italia

Giuseppe Mazzini era visto da tutti alla stregua di un terrorista con alle spalle progetti strampalati di sommosse maldestre tentate in Savoia, decisioni come quella di affidare nebulosi piani di rivolta da espandere nelle provincie alpine a personaggi come Gerolamo Ramorino, che al primo tavolo da gioco dilapidò l'intera somma di denaro che serviva per armare i rivoltosi, con buona pace del repubblicano genovese che già aveva i suoi problemi in patria con la Giovine Italia, che aveva soppiantato la Carboneria segreta invisa ai nuovi movimenti insurrezionali e che gli era valsa una condanna a morte.

manifesto La Giovine ItaliaIl Manifesto della Giovine Italia

Per non parlare dell'agguato al carabiniere Scapaccino, astigiano di Incisa, che venne trucidato dai repubblicani mazziniani sempre in Savoia e precisamente a Les Échelles: la prima Medaglia d'Oro al Valor Militare concessa a un appartenente all'Arma dei Carabinieri è la sua.

Nel frattempo Gerolamo Ramorino, divenuto poi generale dell'esercito sabaudo durante la Prima Guerra d'Indipendenza sotto Carlo Alberto, fu condannato alla pena di morte e fucilato presso la Cittadella di Torino perché accusato di aver disobbedito all'ordine di presidiare il guado presso il fiume Ticino, lasciando via libera alle truppe austriache il 23 marzo 1849, giorno della disfatta piemontese nella Battaglia di Novara. Amen.

Garibaldi e la Spedizione dei Mille: tra mito e polemiche

Giuseppe Garibaldi era il classico personaggio di cui molti piemontesi avevano un'idea molto chiara e che, per molti versi, sarebbe rimasta immutata nel tempo: "Pitost che duvrè nà sàpa as fa tajè àl col cùn nà lama", ovvero: "Preferisce rischiare la pelle con una sciabola in giro per il mondo piuttosto che lavorare e faticare come fanno tutti."

La cinica, concreta e materiale sobrietà subalpina tramandata dai nostri nonni aveva portato molti a osservare come l'eroe dal celebre poncho piacesse alla politica di ogni epoca. La sua figura fu utilizzata sia dalla sinistra sia dalla destra, perfino durante il Ventennio Fascista, quando la nascente Repubblica Sociale Italiana diffuse un manifesto raffigurante un vecchio garibaldino disperato dopo l'8 settembre, simbolo dell'Italia tradita.

spedizione dei milleLo sbarco a Marsala della Spedizione dei Mille

La conquista della Sicilia e il ruolo della Gran Bretagna

Dopo aver intrapreso la celebre Spedizione dei Mille, partita da Quarto con la benedizione dello scrittore Alexandre Dumas, che successivamente raggiunse le Camicie Rosse con una barca carica di armi, Garibaldi sbarcò a Marsala. Qui si trovò rapidamente affiancato da circa 20.000 picciotti, reclutati dalla baronia locale per liberare la Sicilia, alla quale interessava ben poco sia Francesco II di Borbone sia Vittorio Emanuele II.

Dopo l'entusiasmo iniziale, a Bronte qualcuno iniziò però a gridare al tradimento dell'Eroe dei Due Mondi, soprattutto dopo la promulgazione dell'Editto di Salemi, con il celebre slogan "Terra ai contadini", promessa poi di fatto rinnegata.

Le proteste, trasformatesi rapidamente in rivolta contro il "Duce di Palermo" — appellativo riportato anche in una medaglia coniata dall'amministrazione comunale nel 1860 — costarono la fucilazione di alcuni presunti cospiratori, compreso un innocente del paese che nulla sapeva degli avvenimenti.

Secondo molti osservatori dell'epoca, quella repressione rappresentava il tributo dovuto agli inglesi, che attraverso la massoneria avrebbero sostenuto finanziariamente l'intera impresa garibaldina.

Marsala, gli inglesi e la nascita di un'eccellenza siciliana

La presenza britannica in Sicilia era consolidata da tempo grazie ai rapporti commerciali con la borghesia emergente.

Fu infatti l'inglese John Woodhouse, commerciante di Liverpool, a introdurre nella seconda metà del Settecento il metodo di vinificazione che avrebbe dato fama internazionale al Marsala. Successivamente arrivò anche Benjamin Ingham, che instaurò importanti rapporti commerciali con la famiglia Florio, contribuendo alla crescita di una delle eccellenze enologiche italiane.

Buffa Vergine Marsala WineIl Marsala, diventa eccellenza italiana

Bronte, la Ducea di Nelson e l'intervento di Nino Bixio

In questo contesto la Ducea di Nelson rappresentava un autentico presidio culturale britannico. Si trattava di circa 10.000 ettari di territorio catanese donati nel 1799 da Ferdinando di Napoli all'ammiraglio inglese Horatio Nelson, ricompensandolo per l'aiuto militare fornito nel reprimere una rivolta popolare.

Proprio Bronte, territorio fortemente influenzato dagli interessi inglesi, divenne il teatro della rivolta contadina che non piaceva affatto a Lord Palmerston.

Per questo motivo Nino Bixio ricevette l'incarico di ristabilire rapidamente l'ordine.

La popolazione rurale aveva infatti compreso che la propria condizione di miseria non sarebbe cambiata e iniziò a ribellarsi contro quella borghesia isolana che non accettava di essere governata dal continente.

Cavour: il vero stratega dell'Unità d'Italia

Camillo Benso conte di Cavour era un passo avanti a tutti: intelligente, pragmatico, visionario, lavoratore instancabile, dotato di una curiosità straordinaria per tutto ciò che poteva contribuire a migliorare l'uomo e la società. Fu precursore di iniziative coraggiose nel campo delle miniere, delle ferrovie, delle irrigazioni e dell'enologia, sempre alla ricerca della massima specializzazione lavorativa in un mondo ancora privo di industrie diffuse e con un elevato tasso di analfabetismo.

Le sue intuizioni erano improvvise e venivano attuate senza perdere tempo in spiegazioni, anche perché pochi avrebbero compreso la portata delle sue idee. Cinico, freddo calcolatore, con un carattere quasi bipolare che lo portava a passare da improvvise euforie a profonde depressioni emotive, stupiva continuamente chi gli stava accanto. Psicologicamente isolato dai suoi contemporanei a causa di un'intelligenza superiore e di un ego che mal sopportava interferenze, rimase per tutta la vita politica un uomo solo, autoescluso dalla propria grandezza. Una grandezza che servì enormemente allo Stato, ma molto meno alla sua dimensione umana.

Malgrado ciò, è difficile negare che la sua morte abbia privato l'Italia dell'unica personalità politica capace, all'alba dell'Unità d'Italia, di accompagnare mondi completamente diversi verso una convivenza possibile. Una moltitudine di persone si ritrovò improvvisamente unita senza comprenderne fino in fondo le ragioni e rimase orfana dell'ingegno di Cavour. I risultati, purtroppo, si videro immediatamente.

Vittorio Emanuele II: il re soldato più che il sovrano politico

Vittorio Emanuele II si trovò al centro della storia quasi per caso e probabilmente fu spesso ignaro delle intricate trame diplomatiche che caratterizzavano quel periodo.

Dal carattere schietto, sobrio e diretto, amante della semplicità, preferiva quando possibile evitare gli intrighi di corte per trascorrere il tempo con i propri amici ufficiali. Lui si considerava prima di tutto un militare, come i suoi antenati, più che uno stratega politico.

Il sovrano iniziò a nutrire un profondo risentimento verso Cavour nel 1859, quando quest'ultimo combinò il matrimonio della figlia Maria Clotilde con il dissoluto Gerolamo Bonaparte, cugino di Napoleone III. L'accordo rientrava nei delicati Patti di Plombières, sostenuti anche dal diplomatico Costantino Nigra e dall'affascinante Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, il cui compito fu quello di favorire l'alleanza con la Francia. In cambio dell'intervento francese contro l'Austria, il Regno di Sardegna dovette cedere Nizza e la Savoia.

Maria Clotilde di SavoiaMaria Clotilde di Savoia

Tra il popolo piemontese iniziò così a circolare un'amara battuta: "Il Re ha venduto la culla della famiglia con dentro la bambina."

Come se non bastasse, anche Garibaldi, nato proprio a Nizza, dichiarò di sentirsi "esule in patria".

Vittorio Emanuele II ingoiò il rospo e attese lo scontro con l'Austria, sperando di rafforzare il Piemonte più che di costruire una futura Italia unita.

Solferino, Villafranca e lo scontro tra Cavour e il Re

Dopo le sanguinose battaglie di Solferino e San Martino, arrivò improvvisa la Pace di Villafranca, firmata direttamente dai due imperatori. Cavour, furioso, raggiunse il Re pretendendo la prosecuzione della guerra contro l'Austria. La discussione fu violentissima. Fu allora che Vittorio Emanuele II, rivolgendosi al generale più vicino, pronunciò una delle frasi più celebri in dialetto piemontese: "Cà lù pia e cal pòrta a dòrme che parèi dumàn ai passa". Ovvero: "Prendetelo e portatelo a dormire, vedrete che domani gli passa".

Una battuta che mostrava, almeno in quell'occasione, molto più equilibrio del suo principale ministro.

Yvon Bataille de Solferino CompiegneLa Battaglia di Solferino e San Martino

La Spedizione dei Mille vista da Torino

Poco dopo il sovrano venne informato che Garibaldi era partito per liberare la Sicilia. Le domande erano inevitabiliPerché? Con quali soldi? Con quali armi? Chi finanziava realmente la spedizione? Per quale motivo si stava attaccando uno Stato sovrano? Chi stava realmente dirigendo quell'operazione? Forse proprio il mefistofelico Cavour?

Per comprendere cosa stesse realmente accadendo, Cavour fece infiltrare alcuni militari piemontesi in abiti civili tra i volontari garibaldini. In realtà erano pochissimi i piemontesi presenti nella spedizione. In Piemonte, infatti, quasi nessuno simpatizzava per quelle Camicie Rosse, considerate da molti più rivoluzionari improvvisati che soldati. 

La disciplina appariva molto lontana dagli standard del secolare Esercito Sabaudo, ma in quel momento si preferì chiudere un occhio. 

Lo scontro politico tra Garibaldi e il governo italiano

La frattura definitiva esplose il 18 aprile 1861, durante una tumultuosa seduta della Camera dei Deputati a Torino. Garibaldi pretese che tutti i suoi volontari venissero integrati nel nuovo Regio Esercito Italiano mantenendo i gradi militari conquistati durante la spedizione. La proposta provocò una durissima reazione.

Il ministro della Guerra Manfredo Fanti e l'intero corpo degli ufficiali piemontesi respinsero l'idea. L'Esercito Sabaudo, sostenevano, possedeva una tradizione secolare, scuole militari riconosciute in tutta Europa e una formazione rigorosa. Non era possibile consentire scorciatoie.

Anche Vittorio Emanuele II rifiutò di ricevere Garibaldi, il quale arrivò ad accusare apertamente il governo di Torino di essere responsabile della guerra civile nel Meridione, dimenticando però che l'iniziativa militare era partita proprio dalla sua spedizione.

Nell'aula, presieduta da Urbano Rattazzi, cadde un gelo assoluto. 

Durante tutto il dibattito Cavour rimase in silenzio. Scelse di evitare uno scontro diretto con Garibaldi, consapevole delle possibili conseguenze politiche in un momento estremamente delicato per il giovane Regno d'Italia. Ma uscendo dall'aula confidò al collega seduto accanto una frase destinata a diventare celebre: "Se le parole potessero uccidere un uomo, io sarei morto oggi stesso".

Quelle parole raccontano probabilmente meglio di qualsiasi cronaca il peso umano e politico che gravava sulle spalle dello statista di Leri.

Il mistero di Ippolito Nievo e i conti della Spedizione dei Mille

Ippolito NievoIppolito Nievo

In precedenza, contro il pronostico di molti, Giuseppe Garibaldi era riuscito nell'impresa di sovvertire ogni previsione. A quel punto da Torino si volle capire cosa stesse realmente accadendo.

Cavour intimò — o invitò, a seconda delle ricostruzioni storiche — Garibaldi a fornire spiegazioni dettagliate sulla Spedizione dei Mille, sulle spese sostenute, su chi avesse finanziato l'operazione militare, su chi continuasse a sostenerla economicamente e quale fosse il vero obiettivo finale di quella campagna che iniziava a mostrare aspetti sempre più controversi. Dalla Sicilia salpò così un piroscafo con a bordo il tesoriere della spedizione, Ippolito Nievo.

Giovane ma già apprezzato per il suo talento letterario oltre che per le capacità amministrative, Nievo custodiva tutta la documentazione contabile relativa alla spedizione. Peccato che, giunto nei pressi della Costiera Amalfitana, il bastimento venisse inghiottito dal mare durante una notte di luna piena. Al largo incrociavano regolarmente navi da guerra inglesi impegnate, secondo molti osservatori dell'epoca, a vigilare sui movimenti garibaldini. Di quel naufragio non giunse mai alcun resoconto ufficiale. A Torino non arrivarono né documenti, né giustificazioni, né spiegazioni.

Con il piroscafo scomparvero anche i registri contabili della Spedizione dei Mille. Amen.

Il trasferimento della capitale e il sacrificio di Torino

Vittorio Emanuele II fu costretto ad abbandonare Torino, le amate montagne della Valle d'Aosta, Ceresole Reale, il Castello di Sommariva Perno, Valcasotto e la Reggia di Venaria, luoghi nei quali aveva trascorso gli anni più sereni accanto a Rosa Vercellana, la celebre Rosina. 

Nel 1865 raggiunse Firenze, mentre l'antica capitale sabauda esplodeva nella protesta per aver perso il ruolo di capitale del Regno di Sardegna, lo Stato costruito nei secoli dalla Casa Savoia e ormai sostituito dal nuovo Regno d'Italia. Quando, nei primi mesi del 1871, la capitale fu trasferita definitivamente a Roma, il sovrano appariva profondamente cambiato. Il volto aveva perso la fierezza dei tempi giovanili. Il fisico era appesantito. L'uomo energico e fiero che aveva vissuto tra le montagne piemontesi sembrava ormai lontano. 

Pagò alla grandezza dell'Italia unita, forse mai realmente condivisa nelle modalità con cui si era realizzata, un prezzo umano enorme. Gli mancavano le sue montagne, i suoi amici, i suoi principi e soprattutto il suo Piemonte. Gli mancavano le passeggiate serali nel Quadrilatero Romano di Torino, quando, avvolto in un tabarro scuro e con un cappello a larghe falde, cercava inutilmente di passare inosservato.

Tutti sapevano che il loro Re era tra la gente. 

La morte di Vittorio Emanuele II

Vittorio Emanuele II morì in una piccola stanza al piano terreno del Quirinale, antica residenza dei Papi. La causa fu una polmonite. Una malattia che oggi verrebbe probabilmente curata con una semplice terapia antibiotica.

Lo storico Silvio Bertoldi raccontò come qualche anno prima il sovrano fosse convinto di aver superato un precedente problema polmonare grazie a una cura a base di vino Porto, custodito gelosamente sul comodino. Quel vino liquoroso gli ricordava l'esilio del padre Carlo Alberto nella città portoghese di Oporto, affacciata sul fiume Douro, paesaggio che evocava nella memoria il suo amato Po.

Quella volta, però, Bacco non compì alcun miracolo. 

I Re di Casa Savoia e il peso della storia

I sovrani appartenenti al ramo Carignano della Casa Savoia, che tentarono di unire e governare un Paese profondamente diverso nelle sue tradizioni e nella sua cultura, non riuscirono mai a festeggiare il sessantesimo compleanno. Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II e Umberto I morirono tutti prima di raggiungere quel traguardo.

Al primo Re d'Italia, tuttavia, va riconosciuto un merito enorme. Era un eccellente conoscitore degli uomini. Una qualità che gli consentì di circondarsi di personalità straordinarie, accettandone difetti, pregiudizi e intemperanze. Furono proprio uomini così diversi a riuscire nell'impresa che nessuno, fino ad allora, aveva mai realizzato: unire territori differenti per storia, cultura, lingua e tradizioni, tentando di trasmettere a tutti la consapevolezza di appartenere a un'unica nazione.

Naturalmente quanto sopra rappresenta una mia breve e personalissima interpretazione dell'insieme dei fatti e degli avvenimenti, e del modo in cui, nel tempo, ho metabolizzato le figure di Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Ho cercato, per un momento, di riportarli nell'alveo naturale degli uomini comuni, liberandoli da quell'aureola di eroismo retorico che la storiografia ha spesso costruito attorno alle loro figure. Ritengo che, se non si ridimensiona l'aspetto quasi sacrale di queste grandi icone del Risorgimento, esaltandone soltanto i meriti e trascurandone i limiti, sia difficile comprendere fino in fondo cosa abbia realmente significato costruire l'Unità d'Italia.

Un territorio composto da popoli profondamente diversi, uniti da un progetto tanto straordinario quanto complesso. Viene allora spontaneo ricordare la celebre frase di Massimo d'Azeglio"L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani".

Ci siamo davvero riusciti? È una domanda alla quale probabilmente non siamo ancora in grado di rispondere. Troppo spesso siamo impegnati a giudicare il presente e troppo poco attenti a conoscere il nostro passato, un passato che continua a seguirci con le sue luci e le sue ombre, molte delle quali attendono ancora di essere comprese fino in fondo.

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