Mer, 15 Apr, 2026

Maxi inchiesta ambientale al Parco La Mandria: disboscamento illegale su oltre 30 ettari di bosco, quattro indagati

Un colpo al cuore del polmone verde, patrimonio Unesco del Piemonte. Il Parco regionale La Mandria, una delle riserve naturali più estese d’Italia e d’Europa, è finito al centro di una complessa indagine giudiziaria che sta facendo emergere un presunto disboscamento illegale di proporzioni impressionanti.

In questi giorni il Nipaaf — il Nucleo investigativo di polizia ambientale, agroalimentare e forestale dell’Arma dei Carabinieri — coordinato dalla Procura di Torino, ha individuato un’area di abbattimento abusivo pari a circa 37 campi da calcio, dove numerosi alberi sarebbero stati tagliati senza autorizzazione.

L’inchiesta prende avvio da un appalto pubblico per servizi forestali, assegnato alla ditta oggi sotto indagine dopo un anomalo rialzo d’asta superiore al 70%. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’intervento autorizzato riguardava 26,36 ettari occupati da quercia rossa, ma l’impresa avrebbe effettuato tagli abusivi anche su ulteriori 7,5 ettari non assegnati.

Determinante per ricostruire l’esatta estensione delle aree disboscate è stato l’utilizzo di strumenti investigativi ad alta tecnologia, tra cui avanzati sistemi di analisi e rilevamento aereo, che hanno consentito di mappare con precisione le porzioni di bosco interessate.

Al centro dell’indagine, dopo perquisizioni e accertamenti incrociati tra testimonianze e documentazione finanziaria, risultano quattro persone: il titolare della ditta boschiva, due operai e un dipendente pubblico. Quello che avrebbe dovuto essere un intervento di sostituzione di specie forestali si sarebbe trasformato, secondo gli inquirenti, in un vero e proprio disboscamento illecito di specie autoctone.

Oltre al grave danno ambientale, l’inchiesta ipotizza anche l’esistenza di una rete di commercio illegale di legname. Circa 4 mila tonnellate di materiale, in gran parte trasformato in cippato direttamente sul posto, sarebbero state immesse sul mercato e destinate a impianti a biomassa. Per mascherarne l’origine illecita sarebbero stati falsificati atti contabili, generando un profitto illegale stimato in circa 350 mila euro.

Le indagini hanno inoltre fatto emergere quello che viene definito dagli investigatori un vero “castello burocratico” costruito per eludere i controlli. Il legale rappresentante dell’azienda avrebbe nominato un responsabile di cantiere “fantasma”, mai presente sul luogo dei lavori. Parallelamente sarebbero state poste in essere ripetute condotte di falsità ideologica per consentire alla ditta di operare senza ostacoli.

Secondo la Procura, alle autorità competenti sarebbero state fornite indicazioni progettuali non veritiere e sottostimate, così da evitare le necessarie valutazioni di impatto ambientale. Al termine dei lavori, sarebbero poi state prodotte false attestazioni di regolare esecuzione, finalizzate allo svincolo della polizza fideiussoria e alla chiusura formale dell’appalto.

I reati contestati a vario titolo includono furto pluriaggravato, deturpamento di bellezze naturali protette, immissione in commercio di legname illegale e falso ideologico.

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