Gio, 13 Giu, 2024

Combattere la mafia è una responsabilità collettiva. E' quanto è emerso nella serata organizzata dalla CPO

Combattere la mafia è una responsabilità collettiva. E' quanto è emerso nella serata organizzata dalla CPO

Il 23 maggio l’Italia intera ha fatto memoria del 32° anniversario della strage mafiosa di Capaci nella quale persero la vita il Giudice Giovanni Falcone, la moglie Magistrata Francesca Morvillo e tre Agenti della scorta (Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani).

La mafia è allo stesso tempo un qualcosa di arcaico che affonda le proprie radici nel XIX secolo ed un qualcosa di drammaticamente moderno. Se ne è parlato a Caselle in occasione della “Giornata della legalità” in Sala Consiliare. Un’iniziativa messa in campo dalla Commissione Pari Opportunità e per la promozione della Legalità che ha coinvolto numerose persone in presenza e molte altre che hanno seguito i lavori online sulla pagina Facebook della Commissione stessa.

Una serata vissuta profondamente senza alcuna retorica che è riuscita ad andare ben oltre la dimensione “commemorativa” (doverosa e necessaria, ma non sufficiente per penetrare un fenomeno così complesso come quello mafioso) promuovendo alti contenuti e che ha visto come protagonisti figure di rilievo che hanno vissuto, sotto diverse forme e competenze, in prima persona gli anni delle stragi: Claudio Loiodice (sociologo e criminologo forense, già Ispettore della Polizia di Stato e agente sotto copertura), Meo Ponte (giornalista e scrittore, inviato di cronaca nera, giudiziaria e di guerra) e Maurizio De Nardo (avvocato e difensore dei collaboratori di giustizia negli anni '80 del secolo scorso).

Davvero tanti gli spunti di riflessione emersi nel corso della serata gestita come una sorta di “tavola rotonda” sul tema: un taglio che ha messo in luce aspetti del vissuto personale intrecciati con analisi sociologiche e considerazioni sulle prospettive future della lotta alle mafie. Una particolare attenzione è stata posta al ruolo e alle responsabilità della società civile nei confronti del contesto mafioso: quella connivenza che a volte si crea nella società nei confronti dei fenomeni legati alla criminalità, la consapevolezza del problema che può trasformarsi in vera e propria omertà, la sfiducia nei confronti delle Istituzioni ed il pensiero che nulla potrà mai cambiare.

Dal dibattito è emerso in modo molto forte come uno dei temi principali sia quello dell’assenza, soprattutto in alcune parti del territorio, dello Stato e delle sue relative deficitarietà nel fornire risposte concrete e veloci alle esigenze dei cittadini. Questo, unito da un lato alla straordinaria capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi ai tempi mutando le azioni da loro esercitate (la mafia si è resa “invisibile”, insinuandosi in tanti aspetti della nostra vita quotidiana) e dall’altro lato alla erronea convinzione che permane tutt’oggi che le mafie siano presenti solo in determinate regioni, un pericoloso mix per la nostra società, per l’economia, per la giustizia sociale e la democrazia fattuale.

È una questione che tocca tutti noi, nessuno escluso: cittadini, società civile, Istituzioni, mondo del lavoro e della finanza. Se ci fermiamo a riflettere possiamo porci una domanda: cosa chiediamo noi alla politica? Siamo certi di percorrere onestamente le strade che conducono ai nostri diritti? O siamo, anche nelle piccole cose, alla ricerca delle cortesie, dei favori in cambio della nostra fedeltà e della nostra riconoscenza. Ogni diritto concesso a qualcuno per “favore” si tramuta in un diritto negato a qualcun altro: se i nostri diritti si trasformano in cortesie ecco che si respira l’aria dell’illegalità. Dobbiamo essere vigili di fronte a tali atteggiamenti in quanto il rischio è quello di assuefarsi ad una “logica di potere” che ci porta ad un atteggiamento remissivo nel quale può apparire quasi utopico denunciare le pratiche basate sull'illegalità: è compito, invece, anche di ciascuno di noi contribuire a fermare il proliferare del malaffare.

In tal senso, forse, anche un processo basato contemporaneamente sulla giusta pena e sulla piena rieducazione potrebbe aprire le porte ad una nuova prospettiva, spezzando la catena dell'illegalità che sta alla base del processo mafioso. Siamo consapevoli che il “pentimento” e la “rieducazione” non possono far scaturire da tutti gli stessi risultati, ma dobbiamo essere convinti che questa è una sfida che la società non può non accettare. É necessario, forse, guardare al fenomeno mafioso partendo anche dalla natura umana che vede in ogni individuo una dualità in cui il bene ed il male si combattono e spesso convivono. La predominanza di un aspetto sull'altro può essere viziato dall'ambiente circostante e dagli strumenti messi a disposizione di ciascuno dalla società: questo può fare la differenza.

Su queste basi l'ipotesi di uno strumento carcerario che sia veramente rieducativo potrebbe fornire una nuova opportunità anziché lasciare alla detenzione un compito di mera repressione.

Una serata, quindi, che ha fornito tanti stimoli e punti di osservazione sulla mafia: occorre imparare a riconoscerla, combatterla con nuovi strumenti, mettere in moto un cambiamento culturale e, in tutto questo, parlare con i giovani è di fondamentale importanza.

Combattere la mafia è una responsabilità collettiva: insieme possiamo costruire una società più giusta e libera da ogni forma di oppressione.

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