La tradizione di ricordare i propri cari defunti, attraverso figure o immagini, ha origini antichissime. C’è addirittura chi la fa risalire alle maschere dei sarcofagi egiziani. Ma è solo dalla seconda metà del 1600, con lo sviluppo della stampa tipografica, che inizia a prendere piede questa particolare tradizione, legata al ricordo di aristocratici, sovrani, Papi, uomini della Chiesa.
Dalle incisioni nobiliari alle prime fotografie: quando il ricordo dei defunti diventa popolare
Nel nord Europa, grazie ad abili incisori, circolano le prime immagini di defunti di alto rango, accompagnate da cenni biografici e brani evangelici. Il tutto circondato da riferimenti alla Pietà cristiana. Il fenomeno, per quanto importante è molto circoscritto. Alla fine dell’800, grazie a mezzi fotografici sempre più avanzati, la riproduzione delle immagini dei defunti può diventare seriale e popolare.


I “Luttini”: piccoli ricordi sacri in bianco e nero che raccontano fede, arte e memoria
I “Luttini”, quasi sempre bordati di nero, con la copertina riproducente figure religiose, e l’interno dedicato al defunto, conoscono presto una grande diffusione, in Italia, in tutti gli strati della società. Spesso è l’unica foto del defunto che amici e famigliari conservano gelosamente, accompagnata da informazioni sulla vita del defunto. Quasi una Spoon River.
Le immagini rappresentano spesso e la Mater dolorosa, o il Cristo versione Ecce homo. Non mancano croci stilizzate, Pietà del Michelagelo, Crocifissioni. Molto diffuse anche, a livello iconografico, immagini del Cristo che raccoglie dei gigli in un campo, o che bussa alla porta, a ricordo della parabola delle Vergini stolte. Tutto rigorosamente in bianco e nero, fino all’avvento del colore.



Dal bianco e nero al colore: la memoria dei defunti tra devozione e affetto familiare
Nelle nostre zone, la diffusione dei ricordini da morto, prende avvio nella prima metà degli anni venti, per proseguire, ininterrottamente, ai giorni nostri, con modalità sostanzialmente inalterate. Ovviamente a colori, e grazie ai mezzi sempre più avanzati, anche personalizzati. Ma la sostanza del messaggio non cambia: rendere partecipi tutti del lutto, informare della messa di trigesima, comunicare, attraverso poche frasi, chi era lo scomparso.
Come Francesco Garino, nato a Caselle nel 1869, morto in Borgata Mapano l’8 gennaio del 1940. Ricordato come "Marito e padre esemplare, che per il bene della sua famiglia consacrò la sua esistenza nel lavoro e nella rettitudine". O come Anna Visconti nata Randone, 62 anni, scomparsa improvvisamente all’affetto dei suoi cari, il 7 aprile del 1933 "Per Dio e per la Famiglia ebbe immenso affetto, e la vita passò operando nel silenzio della casa". O Goia Marianna in Necco, rapita all’affetto dei suoi cari, all’età di sessant’anni, il 29 agosto del 1944 "Alla Luce di una Fede operosa e vigile, tutta visse la sua giornata terrena dedicando alla diletta famiglia preziosi tesori di cristiana sapienza, nella gioia come nel dolore". O Antonio Cotta Ramusino, nato nel 1876 e scomparso nel 1933. Ricordato come "Uomo Giusto- Retto – Sagace – Marito e Padre. Modello Industriale Integerrimo. Cattolico Praticante. Cittadino esemplare". Giuseppina Carnevale – Pellino nata Scevola, nata il 15 settembre del 1859, defunta il 15 febbraio 1929 è invece ricordata per "La tua operosità la tua onestà". Per Marengo Giovanni, nato il 14 aprile del 1865, morto nel 1940 si invoca "La serena speranza di un premio eterno al cielo (…) L’anima sua retta e buona dopo una lunga e laboriosa giornata tutta spesa nel servizio di Dio e per il bene della sua famiglia". Mottura Giovanni, rapito all’affetto dei suoi cari il 12 ottobre del 1923, all’età di 82 anni viene ricordato come "Buono, giusto, leale. Tutta la sua vita dedicò all’effetto della famiglia che adorava".


Vite semplici, valori grandi: il lavoro, la famiglia e la dignità nei ricordini dei defunti italiani
Operosità, laboriosità, impegno, onestà, fatica, famiglia, sono parole che ritornano in tutti i ricordini. Semplice agiografia post mortem? Sarebbe troppo facile liquidare così la questione.
Osservando meglio i volti di questi uomini e donne, di qualunque età, si scorge la fatica quotidiana nei campi, nelle lavanderie, nelle prime fabbriche. Uomini e donne dal volto scavato dalla fatica, che hanno conosciuto l’asprezza del lavoro, le guerre mondiali, in alcuni casi anche quelle risorgimentali e la guerra di Libia del 1911. Per non parlare dei capovolgimenti sociali e politici.
Dall’Italia Umbertina a quella liberale, dall’avvento del fascismo, alla dittatura, alla nascita della Repubblica. Non c’è da stupirsi che in mezzo a tutto questo si aneli alla famiglia, al lavoro come riscatto sociale, all’amore dei propri figli. Era una Italia povera, ma ricca di valori. Con un orizzonte di senso forse lontano da quello attuale. Laddove parole come sacrificio, impegno, speranza, non erano parole vuote. Vite vissute con dignità. Riscattate al momento della morte, dall’affetto degli amici e dei famigliari.
La morte come specchio dei valori perduti: un tempo accolta con fede, oggi rimossa dal presente
Quella morte che oggi ci ostiniamo a respingere e non vedere, dimenticando che, chi ci ha preceduto, l’ha accolta con dignità e speranza. Quella che forse a noi oggi manca, in una società sempre più rutilante spinta a vivere un eterno presente.

