Dom, 28 Giu, 2026

Scontro politico sulla foto del corteo Askatasuna: opposizioni attaccano Berardo, maggioranza difende il diritto al dissenso

Scontro politico sulla foto del corteo Askatasuna: opposizioni attaccano Berardo, maggioranza difende il diritto al dissenso

Una foto, un post, una mozione. E un Comune che si ritrova a discutere non tanto degli scontri di Torino, quanto di una domanda più scomoda: una vicesindaco può condividere (da profilo personale) l’immagine di un corteo con scritto “contro il Governo” senza che questo diventi un caso politico?

A Volpiano la risposta è diventata un ring. Ma il match, a ben vedere, parla più di confini della democrazia che di social.

Ma partiamo dall'inizio.

Torino 31 gennaio: 50mila persone, poi la frattura

Il 31 gennaio a Torino va in scena una manifestazione enorme, trainata dalla galassia Askatasuna: arrivano circa 50mila persone e non c’è solo il “tema Askatasuna”. C’è un malessere più largo, trasversale, un’umanità varia che per ore attraversa la città in modo pacifico: un serpentone lunghissimo che, finché resta tale, racconta soprattutto una cosa: che il conflitto sociale, quando è regolato, è ancora il linguaggio di una democrazia viva.

Poi, come accade troppo spesso, scatta la violenza di un piccolo gruppo e la cronaca si spacca: da una parte il corteo, dall’altra gli scontri. Ma qui arriva il punto che a Volpiano diventa decisivo: la mozione non nasce (solo) per la violenza. Nasce per una foto.

La foto “iconica” che rimbalza ovunque (e finisce su Facebook)

C’è un’immagine che da subito e nei giorni successivi rimbalza sui social e sui giornali: la testa del corteo, lo striscione, e dietro una massa composta, plurale, pacifica. Quell’istantanea diventa “iconica” perché riassume in un colpo d’occhio la potenza numerica e simbolica della giornata.

E finisce anche sulla pagina Facebook personale della vicesindaco Irene Berardo. Apriti cielo.

Da lì parte la mozione dei tre gruppi di opposizione: Cambiamo Volpiano, Gente di Volpiano e Centrodestra per Bigliotto. La richiesta è politicamente chiarissima e volutamente perentoria — presa di distanza del sindaco e della maggioranza dalle posizioni veicolate dalla vice.

Tradotto: non basta dire “condanno la violenza”. Secondo l’opposizione il problema è un altro: quel messaggio, quella cornice, quel “contro il Governo” associato a un contesto considerato illegale o quantomeno opaco.

Bigliotto non molla: “una vicesindaca non può permetterselo”

In aula la consigliera Maria Grazia Bigliotto spinge la polemica dove fa più male: non è lo slogan “Torino è partigiana” a irritare davvero, quanto l’idea che una carica istituzionale si esponga con un contro così netto e così pubblico.

Il sottotesto è questo: un amministratore non è un cittadino qualunque, perché ogni parola pesa come un timbro. E se quella parola si appoggia a una narrazione che ruota attorno ad Askatasuna, allora — agli occhi dell’opposizione — non è più dissenso: è contiguità, se non peggio.

È una posizione dura, ma coerente: chi governa (anche a livello comunale) deve preservare non solo la libertà di parola, ma la percezione di imparzialità e rispetto verso le istituzioni.

Berardo si difende: condanna la violenza, ma non arretra di un passo

La replica della vicesindaco segue una linea netta: condanna senza se e senza ma la violenza. Punto. Ma respinge l’equazione “foto del corteo = complicità”.

E qui introduce la distinzione che spacca l’aula e, in fondo, anche il Paese: manifestare contro il governo non significa essere contro lo Stato. Per Berardo la democrazia non è obbedienza, è conflitto regolato. E confondere dissenso con illegalità è un errore politico prima ancora che logico.

È la difesa classica (e potente) del diritto di critica: se non puoi dire “sono contro questo governo”, allora il problema non è la manifestazione: è la qualità della democrazia.

Panichelli mette il punto: “Governo e Stato non sono la stessa cosa”

Alla fine di tante parole,  la posizione del sindaco Giovanni Panichelli è l’argine istituzionale: la democrazia permette il dissenso contro chiunque governi, purché in maniera pacifica.

E soprattutto: Stato e Governo non coincidono. Uno è l’insieme delle istituzioni e delle regole comuni; l’altro è la maggioranza politica del momento. Confonderli è comodo per alzare i toni: ti basta dire “sei contro lo Stato” e il confronto muore, trasformato in scomunica.

Panichelli, invece, riporta la questione al suo confine corretto: la critica al governo è legittima, anche dura, se resta dentro la cornice pacifica e costituzionale.

Il vero nodo: non la violenza, ma la legittimazione simbolica

Ecco perché questa vicenda colpisce e divide: la violenza di pochi diventa la miccia mediatica, ma il vero terreno dello scontro è un altro. La mozione non celebra un processo sui fatti, bensì un processo politico sulla legittimazione simbolica di quell’immagine.

Per l’opposizione, quel post suona come un messaggio implicito: “io sto con quel mondo”.
Per Berardo – e con lei il sindaco – significa invece tutt’altro: “difendo il diritto di manifestare e di criticare il governo”.

Due interpretazioni opposte della stessa fotografia, due narrazioni che non si toccano. E quando accade, la politica fa ciò che le riesce meglio: prende un’immagine e la trasforma in un referendum morale, dove non si discute più di ciò che è accaduto, ma di ciò che quella foto rappresenta.

Polemica sì, ma equilibrio: chi ha ragione?

Se la mettiamo sul piano dei principi, entrambi hanno un pezzo di ragione: le opposizioni non inventano un problema. Una vicesindaco, in effetti, non è un’utente qualsiasi. Anche se il profilo è personale, il ruolo la segue. E i simboli contano: in tempi di polarizzazione, un “contro il Governo” può diventare benzina, soprattutto se accostato a realtà controverse. 

Ma la richiesta di “presa di distanza” rischia di essere una scorciatoia. Chiedere al sindaco di dissociarsi dalla sua vice per un post (dopo una condanna esplicita della violenza) può sembrare meno tutela delle istituzioni e più pretesa di disciplina politica: come se una giunta dovesse parlare con una sola voce anche sul dissenso nazionale.

 La distinzione Stato/Governo è sacrosanta. Se passa l’idea che criticare un governo equivalga ad attaccare lo Stato, la democrazia diventa un recinto. E a quel punto la violenza — paradossalmente — trova più spazio, perché il dissenso pacifico viene delegittimato.

Morale: una foto non è neutra, ma nemmeno una condanna

Questa vicenda lascia una lezione che molti fingono di non vedere: i social non sono più “solo social” quando li usa chi governa, perché ogni gesto diventa atto politico. Però vale anche l’opposto: non tutto ciò che è politico è automaticamente complicità.

Volpiano si ritrova così intrappolata in un duello di cornici, prima ancora che di fatti. Da una parte la cornice dell’ordine e della tutela delle istituzioni, rivendicata dall’opposizione: chi ricopre un ruolo pubblico deve pesare ogni parola e non può permettersi ambiguità, soprattutto quando sullo sfondo ci sono tensioni e scontri. Dall’altra la cornice del diritto al dissenso, difesa da Berardo,  dal sindaco e dal capogruppo di maggioranza Giuseppe Tavasso: la critica al governo è legittima in una democrazia, purché pacifica, e non equivale a mettere in discussione lo Stato.

Due chiavi di lettura che non si sovrappongono. E in mezzo, una comunità chiamata a decidere quale interpretazione considera più coerente con la propria idea di istituzione e di libertà. E la partita si gioca su una frase che sembra semplice, ma in realtà divide l’Italia da anni: “contro il Governo”. Per alcuni è un diritto. Per altri, se lo dice una carica istituzionale, è una linea rossa.

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