Gio, 21 Mag, 2026

La Valle d’Aosta e Vittorio Emanuele II nel libro del 1878 di Amè Gorret: le illustrazioni di Casimiro Teja

La Valle d’Aosta e Vittorio Emanuele II nel libro del 1878 di Amè Gorret: le illustrazioni di Casimiro Teja

Le magnifiche montagne della Valle d’Aosta, impreziosite da fiumi e ruscelli contornati da spettacolari cascate che contribuiscono da sempre alla concezione fiabesca che tutti noi abbiamo di questi territori, sono sempre state raccontate fin dai tempi più antichi dai cantori del remoto passato in diversi modi.

La maestosità dell’ambiente alpino inevitabilmente però si scontrava con le grandi difficoltà di sopravvivenza in questi luoghi per secoli quasi deserti, piccoli nuclei abitativi sparsi qua e là in vallate che non erano certamente ancora mete di turisti, dove la vita doveva accompagnarsi ad una esistenza fatta di sacrifici e rinunce, duro lavoro e solitudine, lunghi inverni di neve che copriva le case e che solo con l’apparire della primavera la gente riprendeva possesso di quell’ambiente così ostile ma sempre nel cuore di chi lo abitava.

Racconti che parlavano di una natura incontaminata della Valle d’Aosta, a volte nemica dell’uomo e per questo motivo rispettata e temuta: mistero e fantasia si sono intrecciati nel dispensare storie di uomini e donne che da sempre vivono queste lande e che da esse hanno tratto tutto il possibile per poter convivere con le rocce ed i ghiacci eterni visti e vissuti con naturalezza, quasi a voler condividere con il proprio destino un prezioso regalo che le stagioni impoveriscono o impreziosiscono a turno ed a seconda delle mutazioni climatiche.

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Amé Gorret, il parroco pioniere dell’alpinismo valdostano

In questo panorama contrastato di passioni e speranze, come di bellezze e fatiche, vale la pena sfogliare un testo scritto nel 1878 da un personaggio molto particolare e conosciuto in passato ed ancora oggi ricordato come un pioniere dell’alpinismo, ma con una particolarità ben precisa: era un parroco…… e che parroco!

Amè Gorret era nativo di Valtournenche, una serie di baite che viste di sera, illuminate in lontananza, apparivano incollate alla montagna come un presepio vivente, dove la notte era forse il palcoscenico ideale per capire a fondo il connubio tra uomo e natura. Nato nell’autunno del 1836 da Jean Antoine Gorret e Marie Veronique Carrel, ebbe come insegnante il sacerdote del luogo ed il vicario che guidarono il giovane a proseguire gli studi presso il seminario di Aosta: il 25 maggio 1861 ricevette quindi gli ordini e nel suo viaggio di trasferimento nella parrocchia di Champorcher ebbe modo di incrociare la sua strada con quella percorsa da Vittorio Emanuele II, da pochi mesi Re d’Italia, essendo stato investito della real carica il 17 marzo 1861 a Torino, prima capitale italiana nella storia.

Amè fin da subito si contraddistinse per essere spiccatamente anticonformista, amante delle sue tradizioni di montagna, un tipo schietto, con un carattere poco incline alla pazienza che ritrovava intatta solo nelle scalate in cui si impegnava anima e corpo. La sua natura allevata in ambito rurale e montano non gli consentiva di avere una spiccata fiducia per i governanti che “abitavano dabbasso”, lontani dal conoscere le fatiche e le umiliazioni dei lavoratori della valle, costretti a sopravvivere in condizioni difficili, aggrappati alle rocce e ai pochi pascoli offerti dal territorio, spesso unica fonte di sostentamento per intere famiglie: l’intesa quindi con il sovrano piemontese fu fulminea e costante, essendo Vittorio Emanuele certamente un Re, ma anche il principe degli anticonformisti, per la sua predilezione per la vita semplice, lontana dal rigido bon ton della corte sabauda, marito di Rosa Vercellana, popolana che non porterà mai una corona ma che fu madre di due suoi figli.

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Amé Gorret: prima ascesa italiana al Monte Cervino

Amè Gorret, chiamato anche erroneamente abate nella lingua francese a causa di un’assonanza che attribuiva un incarico religioso mai avuto, dal 1864 al 1880 cambiò molte volte parrocchie: da Champorcher a Saint Pierre, mentre nel 1865 fu destinato alla parrocchiale di Cogne, spostato nel 1866 nella parrocchia di Valgrisenche, fino ad arrivare a gestire altri piccoli centri religiosi valdostani prima di ritrovarsi nel Delfinato nel 1881.

A causa di una legge apparsa in Francia nel 1884 che prevedeva il rimpatrio dei religiosi stranieri, Gorret ritornò tra le sue valli e fu di seguito rettore a Saint Jacques des Allemands in Val d’Ajas: dal 1902 le sue condizioni di salute lo costrinsero ad una operazione chirurgica a Torino, dove fu ricoverato per evitare la perdita della vista, e tre anni dopo ritornò al priorato Saint Jacquème di Saint Pierre.

Intellettuale, religioso, insegnante ma soprattutto un abile alpinista, viene ancora oggi ricordato per aver partecipato alla prima ascesa italiana alla sommità del Monte Cervino nel luglio del 1865 con i compagni di cordata Jean Antoine Carrel, Jean Baptiste Bich e Jean Augustin Meynet, tutti originari della Valle d’Aosta: appena tre giorni prima il venticinquenne inglese Edward Whymper riuscì nell’impresa di scalare per primo la cima fino allora inviolata, anche se il prezzo pagato alla cattiva sorte fu grave: sui sette componenti la cordata, tre guide e quattro alpinisti, solo Whymper e due guide riuscirono a ritornare alla base, in quanto durante la discesa la guida Michel Croz e tre alpinisti caddero nel vuoto e non vennero più trovati.

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“Victor Emanuel sur les Alpes”: il libro, il CAI e le illustrazioni di Teja

Nel 1878 Gorret, che nel frattempo era stato eletto membro del Club Alpino Italiano – sezione di Aosta, dedicò ad Alexandre Emile Martelli, collega del CAI, un insieme di ricordi ed aneddoti relativi alla sua amicizia con il Re d’Italia, riuniti in un testo dal titolo “Victor Emanuel sur les Alpes”. In lingua francese e stampato a Torino dall’editore Casanova, libraio di S.M. le Roi d’Italie, il libro è composto da 100 pagine, una carta geografica che illustra i luoghi di caccia allo stambecco in cui spesso si recava Vittorio Emanuele II fin dal 1850, e splendide stampe disegnate da Casimiro Teja, valido artista dell’epoca conosciuto per i “Puff”. 

Teja nasce a Torino il 12 giugno 1830 ed all’età di 26 anni inizia la sua attività di illustratore presso il giornale satirico “Il Pasquino”, fondato nel 1856 da Giuseppe Cesana e Giovanni Piacentini, e pubblicato fino al 1930. Proprio su questo periodico molto seguito, nel 1861 apparve la famosa frase “Piove, governo ladro!”, espressione che il Teja accostò ad una manifestazione organizzata da esponenti mazziniani che non poté essere svolta a causa di una forte pioggia che impedì la riunione all’aperto.

Teja illustrò il testo di Gorret in quanto appartenente anch’esso al Club Alpino Italiano e buon amico del parroco-alpinista, che spesso si divertiva a chiamarlo “l’orso della montagna”, come era stato battezzato dai valligiani. La sua carriera a “Il Pasquino” culminò con la nomina a direttore fino al 1897, anno della sua morte nell’ormai ex capitale del Regno.

La satira grafica di Teja era graffiante e poteva essere paragonata a quella del giornale satirico torinese Il Fischietto”, di ispirazione liberale ed anticlericale. Di suo, il Teja inseriva nel gruppo di persone che abitualmente prendeva in giro anche farmacisti e medici, oltre ovviamente alla Chiesa, che dopo le leggi Siccardi si trovava in seria difficoltà in Piemonte. Dal punto di vista politico ebbe come bersaglio il conterraneo Giovanni Giolitti, che con Francesco Crispi condivise un periodo di lotte in Parlamento dando vita ai primi scontri all’interno dei partiti della Sinistra storica: quando quest’ultimo morì nel 1901, la sinistra moderata e liberale impersonata da Giolitti, più favorevole al dialogo e meno autoritaria di Crispi, ebbe modo di emergere anche grazie alle doti di trasformismo del politico monregalese, capace già in precedenza di passare indenne attraverso lo scandalo della Banca Romana nato da una inchiesta parlamentare nel 1894, che rischiò di travolgere la sua carriera da parlamentare.

Le cacce reali di Vittorio Emanuele II tra Cogne e Champorcher

La coppia Gorret/Teja è il fulcro su cui gira tutto l’ingranaggio del libro, nel quale i racconti e le memorie citate dal parroco sono supportate dalle particolari scene di montagna illustrate dall’artista, che immortala Vittorio Emanuele II nelle sue avventure venatorie tra sentieri e scarpate, burroni e declivi ove la fauna alpina è rappresentata con puntuale maestria.

Amè inizia il suo racconto ricordando come già nel 1841 il Duca Ferdinando di Genova, degno fratello di Vittorio Emanuele, aveva visitato Cogne: ne aveva ispezionato il filone, ovvero la ricca miniera di ferro di Liconi.

Nella piazza del paese, affissa al muro del municipio, si può vedere una lapide in marmo nero con un’iscrizione a lettere d’oro che perpetua questa gloriosa memoria per la regione. Da quel momento in poi, ogni volta che ne aveva occasione, il Duca di Genova tornava a cacciare sulle nostre montagne: la sua passione per la caccia allo stambecco si fece presto sentire, condivisa da Vittorio Emanuele e nel 1850, mentre la famiglia reale era in viaggio verso Courmayeur lungo la valle, i due fratelli vollero andarci attraverso le montagne e arrivare come turisti e cacciatori.

Il loro incontro fu fissato a Cogne, dove il Duca di Genova si era fermato per alcuni giorni. Vittorio Emanuele attraversò Champorcher a cavallo lungo i sentieri impervi e raggiunse Cogne attraverso il colle delle Fenêtre, che raggiunge i 2.831 metri di altitudine.

Non esisteva, allora come oggi, una strada da Bard a Champorcher; era un vero e proprio percorso temerario; quindi i cavalli erano, come lo sono ancora oggi, sconosciuti a Champorcher, e la gente era molto curiosa di vederli. Mentre accompagnava il Re che chiedeva notizie del fratello, qualcuno gli fece notare il pericolo di attraversare a cavallo vicino ai precipizi dell’Escaletta; Vittorio Emanuele sorrise e si rifiutò di scendere.

Quando la gente gli parlava con ammirazione dell’abilità e della forza del fratello nello scalare le montagne, esprimeva il suo piacere nel sentire tali elogi, ma aggiungeva con un sorriso: «quando siamo insieme mio fratello deve sudare copiosamente per starmi dietro; gli faccio venire la bava alla bocca».

Da queste righe vergate da Amè Gorret pare evidente l’ammirazione del parroco-alpinista per questo sovrano, che dimostra una sorprendente semplicità di dialogo, spesso impreziosita da sorrisi e battute che contribuiscono a rasserenare le persone che incontra durante gli spostamenti sui sentieri di caccia: si percepisce che gli abitanti delle valli sono meravigliati e quindi orgogliosi che il loro Re condivida le stesse loro fatiche, le lunghe camminate e gli spostamenti in circostanze molto pericolose, dove i sentieri si restringono e non permettono agli animali di proseguire e quindi l’uomo rimane solo con le sue forze ad affrontare i rischi della natura.

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Aneddoti, ironia e lettere dal “nido alpino”

Ci sono poi gli incontri occasionali ove Vittorio Emanuele II sfoggia una divertente ironia con i contadini con cui ama parlare con naturale semplicità e Amè Gorret cita come esempio un simpatico episodio allorquando una donna del posto si reca alla canonica per consegnare la consueta fornitura di uova: questa incontrò sulla porta un uomo che la salutò gentilmente e le chiese cosa nascondesse nel suo cesto prendendo il medesimo per portarlo in cucina e tornando con una manciata di soldi. La brava donna conquistata dalla cortesia di questo sconosciuto espresse il desiderio di vedere il Re. “Ma sono io”, fu la risposta sotto quei folti mustacchi, ma non convinse la valligiana che lo guardò con occhi stupiti e infine disse: “la Regina non sposerebbe un uomo così beurt”. Vittorio Emanuele sorrise congedandola dopo aver donato a lei altre monete e rientrato in cucina si affrettò a chiedere ai presenti cosa significasse la parola beurt, non conoscendo che alcune parole del patois francoprovenzale parlato nelle valli aostane: imbarazzati ma divertiti, intenti a pulire la selvaggina cacciata in giornata, alcuni risposero che la parola significava “non bello”, anzi per essere precisi “proprio brutto”.

Il Re scoppiò in una fragorosa risata e pare che l’aneddoto fu poi riportato alla consorte Maria Adelaide, che ne fu anch’essa divertita. Gorret cita in particolare una lettera spedita dal sovrano all’amico Taparelli d’Azeglio, allora Presidente del Consiglio, per condividere le sue impressioni durante una sosta in valle: “Caro amico. Da questo nido alpino non ho dimenticato il mio amico, grazie per le tue due lettere. Sono arrivato qui sabato sera alle undici, dopo una settimana di terribile fatica sui ghiacciai di Dondennaz a Cogne. Ho attraversato la valle di Bard, Champorcher, Fenis, Saint Juliene e Cogne, e ho incontrato solo prove di vero amore dai robusti figli delle Alpi. Domenica ho ricevuto qui quasi tutta la città di Aosta, venuta a farmi i complimenti in modo davvero cordiale. Molti di questi discorsi vi saranno inviati, perché sono davvero belli!”

Vittorio Emanuele II tra lutti, scomunica e rifugio nelle montagne valdostane

Dobbiamo anche comprendere lo stato d’animo di un uomo che visse le sue montagne valdostane anche come umano diversivo delle sue pene, in particolare a partire dal 1855, anno in cui perde la moglie Maria Adelaide ed il fratello Ferdinando, entrambi all’età di 33 anni, e la madre Maria Teresa di Toscana. A ciò si aggiunsero il disagio morale della scomunica papale a seguito delle leggi Siccardi e l’arresto del vescovo di Torino Franzoni, senza dimenticare il contrasto con Giovanni Bosco e le sue nefaste premonizioni a scapito dei familiari di Vittorio Emanuele II, tutte avveratesi in tempi stretti, la spedizione sarda in Crimea voluta da Cavour, fino alle guerre all’alba del progetto unitario italiano.

Le amene e solitarie vallate alpine della Valle d’Aosta, al di là della passione venatoria, rappresentarono per Vittorio Emanuele, almeno per le vicissitudini private patite in un ristretto lasso di tempo, un modo per accantonare sofferenze che avrebbero potuto schiantare l’animo di chiunque.

Sempre nella lettera a d’Azeglio, vergata nell’estate del 1850, Vittorio Emanuele esprime i suoi sentimenti di pena ricordando il padre: «Oggi lunedì è un giorno ben triste per tutti noi e per me in particolare; è l’anniversario della morte del mio povero padre. Noi abbiamo fatto celebrare una messa solenne, alla quale si presentò quasi tutta la guardia nazionale di Aosta, in uniforme e con molto decoro. Avendomi chiesto che il mio secondogenito, che è Duca di questo paese, fosse incluso nei suoi ruoli, gliel’ho concesso, cosa che mi è sembrata molto gradita. Ma mio caro Maxime, oggi sono molto triste e non faccio altro che versare lacrime pensando a colui che amavo tanto e al triste passato».

Carlo Alberto, la battaglia di Novara e l’etica della caccia allo stambecco

Carlo Alberto morì il 28 luglio 1849 in esilio ad Oporto, in Portogallo, dove si ritirò dopo la battaglia di Novara, combattuta e persa contro gli austriaci del feldmaresciallo Josef Radetzky il 23 marzo 1849, abdicando in favore del primogenito Vittorio Emanuele II: la lettera di cui sopra porta la firma del 29 luglio 1850.

L’autore si sofferma quindi anche nell’esplorare l’intima umanità di un uomo che fin dal primo incontro ha saputo comprendere e capire: i due erano senza dubbio caratteri forti, indipendenti, inclini alla semplicità, consapevoli che in fondo la natura selvaggia dei monti valdostani dominerà sempre l’uomo, guai non fosse così; è quindi doveroso rispettarla e conservarla come un bene comune, dove la caccia nelle Alpi non è vista come semplice passatempo, ma assume valori più alti.

La secolare lotta per la sopravvivenza tra l’uomo e gli animali qui assume a tratti la sacralità di un’arte venatoria, dove ogni essere vivente che vi partecipa è consapevole protagonista del proprio destino. La descrizione del rispetto dell’uomo per l’animale simbolo delle montagne valdostane, lo stambecco, è così riportata da Amè Gorret: «Per la conservazione della specie dello stambecco, poiché dobbiamo tornare al punto di partenza, nell’accampamento vigeva una rigida disciplina e una punizione ignominiosa per il cacciatore che sparava a una femmina o a una cerva; l’obiettivo della caccia erano esclusivamente i maschi adulti».

Valsavarenche, Vittorio Emanuele II e la semplicità dei montanari valdostani

La semplicità della popolazione valdostana era proverbiale e genuina, come quella volta che il buon vecchio sindaco di Valsavarenche, che si definiva “sindaco del Re”, rifiutò di essere insignito dal sovrano dell’Ordine della Corona d’Italia con questa frase: «No grazie, non è adatto a noi contadini, è per abiti eleganti» ed alle insistenze di Vittorio Emanuele II di seguito rispose: «È lo stesso, Maestà, noi contadini dobbiamo lavorare, e con questa decorazione dobbiamo fare i signori: non potremmo vivere da signori».

Uomini simili si ritrovarono quasi per caso a condividere le proprie esistenze in alcuni tratti delle loro vite sulle cime innevate delle montagne valdostane, nel silenzio della natura e con lo sguardo rivolto oltre la vita, quasi a ricercare se stessi nell’immensità del cielo che da sempre è custode delle nostre anime.

Amè Gorret si spense il 4 novembre 1907 a Saint Pierre, tra i suoi monti.

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