Borgaro ieri mattina, sabato 13 dicembre, si è fermata. Si è fermata davvero. Il tempo di un respiro, di uno sguardo abbassato, di una mano stretta forte all’altra.
Trent'anni dopo, il nome di Letizia Teglia è tornato a risuonare forte, inciso su una targa e soprattutto nel cuore di una comunità che ha scelto di non dimenticare e non ha mai dimenticato.
Era il 30 agosto 1995 quando Letizia, giovane borgarese di 24 anni, ipovedente, uscì di casa per andare al lavoro al Tribunale dei Minori e non fece più ritorno. Da quel giorno è scomparsa nel nulla. Mai ritrovata. Mai una verità. Solo domande sospese, silenzi, attese che non finiscono.
Ieri mattina, 13 dicembre, giorno di Santa Lucia – protettrice della vista – il destino ha voluto aggiungere un simbolo potente. Letizia era non vedente, e ieri quella ricorrenza si è trasformata in un monito collettivo: esiste una vista che tutti dobbiamo tenere ben aperta. È quella dell’attenzione verso l’altro, verso ciò che accade accanto a noi. Un’attenzione che ci impedisce di rifugiarci nell’indifferenza del “forse l’ho vista, ma non ci frequentiamo”. Perché l’anonimato, è stato detto con chiarezza, è la prima condizione che permette alle persone di scomparire nel nulla. Angela Vortici, la mamma di Letizia, oggi ha 91 anni, e il suo sguardo continua a chiedere verità e giustizia.
Attorno alla targa, prima di scoprirla, si sono alternate voci autorevol, ma soprattutto profondamente umane. L’assessora alle Pari Opportunità, Pina Fabiano ha ricordato come la violenza non sia solo fisica, ma possa assumere la forma più subdola e devastante: l’oblio.
«Dimenticare Letizia, dimenticare le persone scomparse, significa ferire ancora una volta le famiglie, la comunità intera, la nostra stessa umanità. Il senso di comunità – ha detto – è ciò che può salvarci dalla violenza».
Il sindaco Claudio Gambino ha parlato di una ferita che non ha mai smesso di appartenere a Borgaro. Una città “a misura d’uomo”, dove il dolore diventa collettivo.
«Dove, ancora oggi, c’è chi ricorda di aver pianto alla notizia della scomparsa di Letizia - ha rammentato ai presenti -. La targa non è solo memoria: è resistenza, è il riconoscimento della forza di Angela, una madre che da trent’anni vive una vita sospesa, in attesa di una risposta che forse non arriverà mai, ma che continua a pretendere».
Poi le intense parole dell’avvocata Dina Donzella, che Letizia l’aveva conosciuta davvero: «Una ragazza seria, capace, autonoma. La sua cecità non era un limite, non lo era mai stato. Letizia non è scomparsa “nel nulla”: dietro la sua assenza c’è un reato, una storia rubata. Quando una persona scompare, viene rubata la sua vita, il suo futuro, il diritto stesso a essere ricordata. E viene rubato ai familiari anche l’ultimo gesto di pietà: una tomba, un fiore, un luogo dove piangere».
Angela, la mamma di Letizia, è diventata in questi trent’anni una Penelope moderna. Ha atteso. Ha lottato. Non si è mai arresa. Ha cercato giustizia con una forza ruvida, autentica, senza compromessi. Anche oggi, a 91 anni, malata, sola, ha parlato con una lucidità che ha attraversato la piazza come un colpo al cuore.
«Io non sono un’oratrice – ha detto – sono solo la mamma di Letizia».
Eppure le sue parole hanno raccontato decenni di battaglie, di incontri con prefetti, magistrati, investigatori, di verità mai arrivate, di errori, di silenzi istituzionali. «Una figlia non si mette in un cassetto. Una ragazza di 24 anni non si dimentica».
La voce dell’associazione Penelope Piemonte, nata anche grazie ad Angela proprio a Borgaro, attraverso il presidente Fabrizio Pace ha ricordato numeri che non sono statistiche, ma famiglie spezzate: circa 65.000 persone scomparse in Italia, 3.000 solo in Piemonte. Dietro ogni numero, una comunità che soffre. Un tessuto sociale che si ammala. Una domanda che resta senza risposta.
«Questa targa, allora, non è un gesto di rito. È un atto politico, civile, umano - ha sottolineato Pace -. È un invito a guardarci davvero negli occhi e a chiederci “come stai?”, avendo il tempo e il coraggio di ascoltare la risposta. È un richiamo a non abbandonare il vicino di casa, il bambino maltrattato, la madre che aspetta da trent’anni».
Ieri Borgaro ha scelto di non essere distratta.
Ha scelto di vedere.
Di ricordare Letizia Teglia.
Di stringersi attorno ad Angela.
Di tenere accesa la luce, contro l’oblio, contro l’anonimato, per restare umani.
«E finché qualcuno si fermerà davanti a quella targa, anche solo per un istante - ha ribadito il sindaco - Letizia non sarà mai davvero scomparsa».

